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«Ora che l’Ispettorato del lavoro ha sanzionato le Molinette per eccesso di attività, mi aspetto che multi chi prende lo stipendio e non fa nulla». Il professor Mauro Salizzoni, primario del Centro trapianti di fegato finito nel mirino del ministero del Lavoro per la vicenda degli infermieri sfruttati, è caustico, come sempre.
Come giudica la sanzione alle Molinette?
«Non mi sono mai posto il problema di essere fuorilegge. Ogni giorno, qui, abbiamo a che fare con persone in condizioni gravi, e più di me il collega Rinaldi, primario in Cardio-rianimazione. Non trattiamo merci, curiamo esseri umani. Il nostro dovere è dare il massimo delle garanzie, il massimo dell’impegno. Se non abbiamo rispettato la legge, allora la legge va cambiata».
Anni fa, professore, lei sfilava in corteo teorizzando il «lavorare tutti per lavorare meno». Cosa è cambiato nelle sue convinzioni?
«Nulla. La regola è ancora valida: lavorare tutti».
Non è così, alle Molinette?
«Ci sono pochi che lavorano molto e molti che lavorano poco».
Troppo vago. A chi si riferisce?
«Se nei reparti come il mio sovente non c’è un attimo di tregua, ci sono ambulatori che chiudono alle 16, con gli infermieri che vanno a casa tutti i pomeriggi a quell’ora. Io dico: prendiamo un po’ di quegli infermieri e li trasferiamo nei reparti dove l’attività è più pesante, dove i turni sono massacranti, come dice il sindacato».
Anche gli infermieri non sono merce, professore. Se si oppongono un motivo ci sarà.
«E’ ovvio che questi infermieri devono essere incentivati a stare nei reparti più difficili. Innanzitutto economicamente. Lavorare in centri come il mio, o come la Cardiochirurgia, dà grandi soddisfazioni oltre a richiedere sacrifici».
Qual è l’ostacolo?
«Spesso lo stesso sindacato. Qui alle Molinette, in particolare, ci sono abitudini e convinzioni consolidate. Come sostenere che tutti gli infermieri sono uguali e tutti devono ricevere lo stesso in busta paga. Il che è sbagliato, e non va nell’interesse dei cittadini. La verità è che stiamo andando verso l’appiattimento di questo Paese, stiamo scadendo, ci serve una scossa. Se il messaggio che passa, anche attraverso le multe dell’Ispettorato, è “non si deve lavorare troppo”, povera Italia».
Nel frattempo?
«Nulla. Continuiamo a garantire gli interventi a tutti i pazienti che si rivolgono a noi. A dare le risposte che dobbiamo dare. Non siamo un centro estetico: qui, molto spesso, si vive o si muore».
La Stampa.it
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