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Nessun nesso con la morte del paziente: prosciolti anestesista, infermiere e tecnico per lo scambio di sacche. Dopo un travagliato iter giudiziario, in seguito a due richieste di archiviazione respinte e all'imputazione coatta imposta dal giudice per le indagini preliminari, è giunto ieri alla conclusione il caso dello scambio di sacche di sangue scoppiato nel 2004 all'Ospedale Maggiore, dove ad un paziente fu trasfuso sangue non compatibile con il suo. L'uomo poi, dopo una settimana, morì.
Era il 29 ottobre 2004, aveva settant'anni. Ma per il gup Marco Cucchetto il medico, l'infermiere e il tecnico di laboratorio accusati di omicidio colposo sono innocenti: ieri li ha prosciolti "perché il fatto non sussiste". In definitiva, quello scambio di sacche - un errore dovuto a un caso di semiomonimia e alla fretta dettata dall'emergenza non ebbe alcun nesso con il decesso del paziente, che morì per altra causa.
La vicenda si è conclusa positivamente per Luigi Rossetti, medico anestesista, Stefano Moia, infermiere professionale, e Patrizia Puglia, tecnico di laboratorio, difesi dagli avvocati Mantovani e Caruso di Milano, Bocchi e Genesi di Cremona. I famigliari del paziente, la moglie e i due figli, sono assistiti dall'avvocato Michele Tolomini ma non si sono costituiti parti civili. La vittima, Gianfranco Cremonini Bianchi, era affetto da una neoplasia vescicale e fu sottoposto ad un intervento chirurgico il 21 ottobre 2004. Anestesista era il dottor Rossetti. Durante l'intervento vi fu una complicazione che mise a serio rischio la sopravvivenza dell'uomo, peraltro affetto da diverse patologie renali, cardiologiche e polmonari.
Vi fu una complicazione e quando i medici si resero conto che rischiavano di perdere il paziente, disposero un'immediata trasfusione di sangue. Dal laboratorio furono inviate in sala operatoria due sacche del gruppo B positivo. Il paziente, però, aveva il gruppo A positivo. In teoria il sistema immunitario avrebbe dovuto provocare un'immediata reazione all'infusione di quel sangue incompatibile. Ma l'uomo morì otto giorni dopo, peraltro di polmonite, come accerterà l'autopsia.
Due consulenze tecniche effettuate in fase d'indagine preliminare avevano escluso l'eventuale nesso di causalità fra l'errore avvenuto in sala operatoria e il decesso. Per due volte il sostituto procuratore Francesco Messina, titolare dell'indagine, aveva chiesto l'archiviazione. Ma entrambe le volte il gip Pierpaolo Beluzzi l'aveva respinta, ordinando poi l'imputazione coatta. Ieri, infine, durante l'udienza preliminare il pm Cristina Gava ha chiesto il rinvio a giudizio, mentre il giudice ha accolto la richiesta di proscioglimento delle difese.
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