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La salute delle persone sta cambiando rapidamente, il sistema sanitario che ne garantisce l’assistenza forse un po’ meno.  Nonostante le lentezze e le inefficienze, che non ne fanno il mercato lavorativo più appealing del panorama italiano, anche la sanità si rinnova creando spazi e nuove figure professionali. Fra queste, una tra le più interessanti è quella dell’infermiere. O forse dovremmo chiamarlo «care manager»?

Secondo una ricerca del Censis, è in costante crescita il numero di persone che fa ricorso al supporto dell’infermiere e lo fa cercando un professionista qualificato munito di titolo e specifica preparazione; sono state ben 12 milioni le prestazioni infermieristiche richieste in un solo anno. Sempre secondo l’indagine, l’85% degli italiani dice di aver fiducia nella figura dell’infermiere. 

«Lo sviluppo della nostra professione è necessariamente guidato dal dato epidemiologico: la popolazione invecchia e invecchia da malata», commenta Barbara Mangiacavalli, dal 2015 alla guida della Federazione Nazionale IPASVI. «Diventerà sempre più necessario avere un ‘care manager’ di riferimento per aiutare le persone a invecchiare in buona salute: orientare il percorso di cura, prestare assistenza, guidare il malato e la famiglia».

E non solo sul territorio e a domicilio, perché anche gli stessi ospedali si stanno orientando verso nuovi modelli organizzativi in cui il paziente è preso in carico dall’infermiere e non più dal medico. «Negli esempi più avanzati di strutture ospedaliere, che al momento sono quasi tutti privati, il responsabile del percorso del ricoverato è un coordinatore infermieristico, che in futuro diventerà l’interlocutore principale: il malato viene accompagnato e gestito dell’infermiere mentre il medico interviene solo per la sua specifica specialità», spiega Guido Broich, Direttore Sanitario Aziendale dell’Ospedale San Matteo di Pavia.

«Oggi è il cittadino che chiede di averci al suo fianco», continua Barbara Mangiacavalli, «sul territorio, nei distretti, a domicilio, nelle case della salute e anche in ospedale. Ormai un terzo degli italiani è affetto da un problema cronico e ha bisogno di assistenza continuativa, noi infermieri sappiamo di poterci giocare il ruolo di “care manager” più di qualsiasi altra professione perché da sempre la nostra formazione punta alla presa in carico globale della persona».

Da questo punto di vista, l’Italia è ancora diversi passi indietro rispetto ai modelli sanitari più avanzati, come Stati Uniti e UK, in cui gli infermieri hanno già un peso e responsabilità lavorative maggiori. «Nel mondo anglosassone il rapporto tra medico e infermiere è un po’ come chi conduce la nave e chi traccia la rotta. Il medico conduce la nave, e interviene al momento necessario, ma è l’infermiere che disegna la rotta e crea le condizioni giuste per esercitare le competenze cliniche. Questo è il futuro», spiega Barbara Mangiacavalli.

Non solo un mercato in sviluppo ma anche crescenti competenze: i percorsi educativi prevedono master, corsi di specializzazione e dottorati. Ma soprattutto una professione richiesta: oggi gli infermieri in Italia sono troppo pochi, con una carenza di 60mila unità che se colmata ci farebbe arrivare ai livelli dei paesi anglosassoni.

Quali gli sbocchi a cui guardare?«Le opportunità non sono più solo nel sistema pubblico», spiega Mangiacavalli, « si aprono spazi lavorativi completamente nuovi e molto promettenti nella sanità privata e nel modello pubblico/privato. I nostri giovani colleghi che entrano nel mondo del lavoro non dovrebbero più guardare, come in passato, solo all’ASL.

Esistono possibilità anche nel mondo delle assicurazioni.«Sempre più frequentemente le multinazionali assicurative ricercano infermieri liberi professionisti da reclutare perché c’è una crescente richiesta dalle famiglie italiane di pacchetti che prevedano la possibilità di usufruire anche della prestazione dell’infermiere. Così anche come le multinazionali farmaceutiche: cercano le nostre figure perché si sono resi conto che, in casi di malattie croniche, se insieme al farmaco viene fornito anche il consulto e il supporto infermieristico allora il risultato della cura migliora. Ma non c’è sufficiente risposta a queste richieste!».

Anche l’insegnamento può rappresentare un’opportunità. «In tutta Italia abbiamo soltanto tre Professori Ordinari di infermieristica, e trenta tra associati e ricercatori, con numeri di immatricolazione in realtà pari se non superiori a quelli di medicina».